La Storia

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La prima menzione di Saint-Oyen.

La prima menzione di Saint-Oyen è molto antica: risale addirittura al 1137, quando il conte di Savoia, Amedeo III, donò alla prepositura del Gran San Bernardo tutte le terre del cosiddetto castellum verdunense o Château Verdun, terre situate nel territorio di Saint-Oyen, che a quel tempo era ancora dipendente dalla parrocchia di Etroubles. Questo edificio (Château Verdun) era chiamato anche, a causa delle sue funzioni di dépendance e di fattoria dell'Ospizio del Gran San Bernardo, la maison de Mont-Joux de Saint-Oyen o la ferme de Château Verdun; diventò poi, col tempo, anch'esso un ospizio per i viandanti lungo la strada per il Colle.


La ferme fu arricchita negli anni successivi di nuovi terreni acquistati per esempio a Chavannes di Etroubles nel 1218, a Ruvillasc tra Etroubles e Saint-Oyen nel 1221, a Citrin nel 1222 e nel 1232, di due prati a Flassin nel 1239 (dai Signori d'Avise) e nel 1250. Tutti questi terreni furono oggetto di controversia con i signori confinanti, tra cui ricordiamo in particolare quella per il possesso dell'alpeggio di Citrin, nel XIII secolo, che fu lunga e assai complessa, condotta contro i vicini signori di Etroubles, di Bosses e di Avise.
Il territorio di questo minuscolo paese fu gestito direttamente dali Savoia, così come quelli vicini di Etroubles e di Saint-Rhémy almeno fino alla fine del XVI secolo.
Due secoli dopo, il duca di Savoia, Carlo Emanuele I, costituì nel 1584 la baronia di Gignod che comprendeva anche Saint-Oyen, oltre a due quartieri di Aosta, Saint-Etienne e Saint-Martin de Corléans, i paesi di Etroubles, Saint-Rhémy e parte di Allein e l'assegnò in feudo al suo segretario di stato e notaio ducale François de la Crête per ricompensarlo dei servizi resi, soprattutto nelle negoziazioni per il matrimonio del duca di Savoia con l'Infanta d'Austria, Caterina. La baronia fu poi trasmessa alla figlia Filiberta che andò sposa al marchese Adalberto Pallavicini il cui figlio Carlo Emanuele l'ebbe a sua volta in eredità. Costui infine la tramandò, nel XIX secolo, fino al conte Ernesto di Sambuy.

La protezione del bosco.
 

Nel 1381 avvenne un fatto assai importante per la vita delle comunità di Saint-Oyen: il conte Amedeo di Savoia emise delle lettere patenti indirizzate a Etroubles e Saint-Oyen (qui con il nome latino di Sancti Eugendi) in cui regolamentava la protezione dei boschi soprastanti gli abitati dei due paesi. In esse il conte spiegava il motivo che lo aveva spinto ad emetterle: alcune persone si erano lamentate di essere state perseguite da foresterii (cioè da guardie forestali) per aver tagliato alcune piante in una zona vietata e sostenevano anche di essersi visti sequestrare gli strumenti (scuri, ceste, ecc.) usati; lamentavano inoltre il fatto che tutto ciò (sequestro e sanzione) sarebbe stato abusivo perché avvenuto da parte di guardie istituite senza il permesso del conte, signore del luogo.
Tuttavia il conte stesso, in queste lettere riconobbe il diritto consuetudinario degli abitanti delle due comunità di gestire in prima persona il bosco: quattro probiviri avrebbero provveduto a distribuire equamente tra i soli abitanti dei due luoghi il diritto di tagliare alcune piante per il loro fabbisogno costruttivo e per il riscaldamento domestico; si sarebbero stabilite zone vietate al taglio soprattutto nei pendii sovrastanti i centri abitati, soggetti a rischio di valanghe, e si sarebbero nominate guardie con il potere di comminare delle multe (ponere banna) e di sequestrare mezzi usati e piante tagliate. Questo fatto mette bene in evidenza come la vita comunitaria fosse già saggiamente regolamentata a quei tempi.

Personaggi famosi.
 

Parlando di Saint-Oyen, non si possono non citare alcuni personaggi particolari, che divennero famosi per la loro generosità, sia nel loro paese natìo, sia fuori di esso. Il primo fu il mistico Jean Antoine Pellissier. Nato nella frazione di Baugiers il 22 settembre 1715, dopo aver condotto un'infanzia da pastorello, all'età di 15 anni, in seguito alla morte del padre, si trasferì ad Aosta a lavorare come inserviente nel prestigioso collegio di Saint-Bénin. Qui, ben presto, poté dedicarsi, con straordinari risultati, agli studi teologici, che approfondì a Lione. In seguito, a Torino, divenne notaio; quindi si trasferì in Toscana, a Roma e, infine, nei pressi di Avellino, dove all'insegnamento del catechismo unì una vita rigorosamente ascetica: viveva in un eremo, cibandosi di vegetali, dormendo sulla nuda terra e infliggendosi penitenze corporali. A Napoli, nel 1764, si distinse nell'assistenza agli ammalati colpiti da un'epidemia. Si narra che alla sua morte, avvenuta il 21 ottobre 1786, seguì un tal numero di eventi miracolosi che si iniziò subito il processo per la beatificazione.

Un altro celebre personaggio di Saint-Oyen è il medico autodidatta e rabeilleur (così si chiama in dialetto locale chi sa curare le distorsioni, i nervi fuori posto e, in generale le affezioni articolari ed ossee) Pierre-Julien Proment, vissuto tra il 1792 e il 1857. Si dice che, oltre "ad aggiustare le ossa", desse efficaci consigli per curare uomini e animali. La sua fama travalicò presto i confini del suo paese: lo chiamavano da tutta la Valle del Gran San Bernardo e addirittura, nel 1856, fu chiamato a curare il vescovo André Jourdain. Tuttavia non approfittò di questa reputazione per arricchirsi: al contrario, aprì una sorta di albergo per ospitare gratuitamente poveri e ammalati.
Altri due insigni personaggi di Saint-Oyen sono stati due intellettuali con lo stesso cognome: il sacerdote Jean Mellé (1711-1789) ed il professor Jean-Oyen Mellé (1821-1896).
Jean Mellè visse soprattutto a Torino dove fu precettore del giovane Vittorio Alfieri e dove partecipò attivamente al movimento letterario dell'epoca.
Jean-Oyen Mellé fu dapprima insegnante al Collège Saint-Bénin poi, nel 1872, fondatore e direttore del Courrier de Turin. Fu anche appassionato ricercatore di storia locale: a lui si devono importanti biografie storiche di nobili valdostani e, soprattutto, un'opera fondamentale per la storia delle vie di comunicazione in Valle d'Aosta: De la viabilité dans la Vallée d'Aoste jusqu'en 1848. A lui è stata intitolata la biblioteca comunale.

La Parrocchia.
 

La parrocchia di Saint-Oyen è presumibilmente stata fondata tra il 1137, anno in cui l'ospizio di Château Verdun, donato dai Savoia ai canonici del Gran San Bernardo, è ancora citato nella parrocchia di Etroubles, e il 1176, in cui Saint-Oyen compare come parrocchia dipendente dal vescovo, nella bolla papale di Alessandro III. La parrocchia seguirà poi gli eventi di quelle di Etroubles e Saint-Rhémy: sarà trasformata nel 1177 in parrocchia dipendente dalla prepositura del Gran San Bernardo e, nel 1752, in seguito a una controversia tra canonici del Gran San Bernardo svizzeri e italiani, anch'essa fu affidata al patronato dell'Ordine Mauriziano.

La chiesa parrocchiale ha probabilmente origini coeve alla costituzione della parrocchia. Tuttavia non esistono documenti che ne attestino le vicende prima della sua totale ricostruzione, avvenuta nel 1820. La Chiesa è poi stata restaurata tra il 1989 e il 1990.
Al suo interno sono conservati arredi liturgici di notevole pregio, come il bellissimo reliquario in argento, parzialmente dorato e arricchito di cristalli incastonati. Il prezioso oggetto sacro, risalente al XVII secolo e realizzato da un artista svizzero, fu donato nel 1636 alla chiesa dal prevosto del Gran San Bernardo, Roland Viot.

Il territorio e le sue vicende.
 

Il comune di Saint-Oyen si stende attraverso la valle dell'Artanavaz dal Colle di Barasson, verso la Svizzera, all'alto vallone di Flassin, sul versante opposto. Il tratto di fondovalle così occupato risulta di circa 2 Km. Pur essendo dunque di ridotte dimensioni, il territorio comunale possiede una notevole varietà di quote altimetriche, ambienti ed esposizioni. Dato l'andamento da ovest a est della valle, il territorio a nord del capoluogo ha una esposizione all'adret che ha facilitato lo sfruttamento agricolo, ora orientato alla foraggicoltura. Infatti il vallone di Barasson, antica via di comunicazione con la Svizzera, assai impervio alla sua testata, si addolcisce digradando in grandi prati verdi verso il basso. Il torrente che scende attraversa il capoluogo poco a valle della Chiesa parrocchiale, in prossimità di una delle numerose e pregevoli fontane in pietra.
La foresta copre invece con regolarità il versante opposto, soprattuttp all'esterno del vallone di Flassin. All'interno del vallone, boscoso anch'esso, prati e pascoli occupano però a chiazze il versante destro fin sotto i roccioni della Gran Testa. Nessun vero villaggio sorge nel comune oltre il capoluogo, ma solo alcuni alpeggi isolati sui due versanti.
Il vasto fondovalle dalle ben preservate forme glaciali evoca con forza i dolci paesaggi delle grandi vallate turistiche "classiche" d'oltralpe: tirolo, Engadina. Ma basta salire sui sentieri attorno al paese per percepire subito la presenza dei grandi massicci valdostani: il Mont Velan, il Fallère e, salendo in quota, il Monte Bianco. Siamo in alta montagna ed anche il clima lo prova. Le precipitazioni sono abbondanti in inverno, quando la neve copre tutto il territorio di una spessa coltre bianca, che lascia il terreno soffice di umidità fino a stagione inoltrata. A questi dati naturali si è aggiunta recentemente l'installazione di rete per l'irrigazione a pioggia che copre l'intero territorio comunale.
In questo modo Saint-Oyen può ormai presentarsi, d'estate, come uno dei più verdi e fioriti comuni valdostani e, d'inverno, fra i più bianchi.

La visita.
 

Le grandi dimensioni sono paradossalmente la caratteristica del piccolo comune di Saint-Oyen. A ruoli tradizionalmente importanti sul territorio per posizione geografica ed attività economiche, corrispondono infatti grandi edifici, sovente di aspetto monumentale, per lo più in buono stato o restaurati con una certa attenzione alle consuetudini e allo stile locale. L'imponenza delle costruzioni civili regge il confronto con la bella Chiesa parrocchiale, originariamente (XII secolo) affidata ai canonici del Gran San Bernardo e dedicata appunto a Saint Oyen, abate del VI secolo a St-Claude du Jura. La più diffusa pietra locale è un micascisto scuro del Carbonifero, ma si trovano comunemente altri tipi di pietra lasciati dai ghiacciai: conglomerati chiari, gneiss e quarziti della serie del Gran San Bernardo, così chiamata dai geologi svizzeri ed ora da tutti gli specialisti. Tali materiali si prestano piuttosto bene ad essere sovrapposti l'un l'altro nelle costruzioni, dato lo spacco abbastanza regolare e la sufficiente tenacia, anche se non è facile trovare blocchi di grandi dimensioni.
Grandi pareti di piccole pietre a vista grigio-bli e beige dominano dunque le stradine del paese, ricco altresì di archi alle porte e di altre complesse soluzioni architettoniche in pietra ed in legno. Oltre alla statale, sulla quale si affacciano la Chiesa, l'albergo, il municipio, il Centro Anziani, due bar-ristoranti ed un negozio (dietro alla Chiesa), il borgo si stende lungo la rue Verraz, la rue Pellissier, la rue Chavanne e la rue de la Montée. Lungo quest'ultima si trova l'antica abitazione di un religioso del XVIII secolo, Jean-Antoine Pellissier, nato qui e morto a Napoli in odore di santità. I suoi resti si trovano nella Chiesa parrocchiale.
Rue Verraz, perpendicolare alla statale e quindi in discesa verso il fondo valle, ha inizio nei pressi della Chiesa e collega al centro un nucleo di costruzioni per così dire periferiche, ma importantissime nella storia del Comune e di tutta la Valle: il complesso di Château Verdun.
 
Saint-Oyen nella storia d'Europa.
 


Quale che fosse, nelle tuttora insondate oscurità della geografia sociale medievale e rinascimentale, il richiamo che attirava agguerriti gruppi di uomini, senza apparente scopo di lucro, ad occuparsi della agibilità delle grandi e piccole vie di comunicazione europee, la realtà viva, e non solo archeologica, dei nostri tempi ci conferma che esso doveva risuonare forte e chiaro ai popoli dell'epoca, presentandoci ancora possenti vestigia di tali organizzazioni.
Se l'ospizio del Gran San Bernardo, alla proibitiva quota di 2.500 mt. del valico, concentra il fascino di un'impresa caritativa durata quasi un millennio, fra apocalittiche oscillazioni climatiche e disastrosi conflitti ideologici e guerreschi, a Saint-Oyen il pellegrino già abbagliato da una tale manifestazione di potenza divina comincia a scendere sul più rassicurante terreno della razionalità. Perché è a Saint-Oyen che si costruiva, con metodo e intelligenza, la divina opera di assistenza prestata al Colle.
Come già notava infatti Stendhal (*) descrivendo la discesa in Italia del suo eroe: "enfin……vers un hameau nommé Saint-Oyen, la nature commença a devenir moins austère……..mon bonheur fût extrême…….".
Una visione primaverile della valle dell'Artanavaz, ampia e luminosa di prati verdi, ci suggerisce ancor oggi la grande potenzialità agricola tradizionale di questo territorio.
Se poi vi aggiungiamo la positiva variazione climatica dei secoli XI-XVI, che permetteva senza dubbio colture cerealicole ed arboree ai massimi rendimenti dell'epoca, comprendiamo la scelta di tali territori come granaio e dispensa della grande organizzazione dell'ospizio.
Infatti il complesso di Château Verdun, ancor oggi di proprietà dei Canonici del Gran San Bernardo, era un esempio eccezionale di azienda agricola in pieno Medioevo, articolata su strutture poderose che, ad un esame, ahimé, non ancora approfondito, mostrano comunque una centralità della tecnica e dell'organizzazione produttiva assolutamente insolita nell'arco di tempo in cui ha funzionato.
Aggirarsi per i vari elementi del complesso produttivo, ben preservati benché parzialmente in abbandono, stimola lo spirito e l'intelligenza su di un piano di stupita ammirazione per il lungo successo dell'opera, il suo incommensurabile valore di supporto all'attività dell'ospizio, la lungimiranza complessiva dell'azione dei canonici e spinge a cercare di ricostruire i singoli problemi tecnici e storici affrontati nel corso dei secoli, di cui non mancano tracce e suggerimenti nella bella architettura del luogo.
Il corpo centrale del complesso, una solida e imponente costruzione a pianta quadrata con la caratteristica copertura a quattro spioventi, è stato ristrutturato nel 1992 ed ospita, oltre ai canonici, i singoli ed i gruppi interessati alle giornate di riflessione e di studio e anche qualche incontro culturale e scientifico. L'edificio possiede degli arredi di notevole interesse e presenta una grande ricchezza di soluzioni architettoniche che includono vasti locali interrati con pregevoli volte a botte e a crociera.
Nell'anno 2000 è iniziata la ristrutturazione di altre parti del complesso destinate ad accogliere alcune monache benedettine di clausura. Il Monastero "Regina Pacis" è stato inaugurato il 12 ottobre 2002 ed ospita attualmente dieci monache provenienti dall'Isola di San Giulio.
Da parte di tutti non c'è che da augurarsi un intervento, eventualmente a carattere internazionale, di studio e di ripristino delle altre strutture del complesso architettonico che possa liberare quelle preziose informazioni storiche imprigionate fra i muri. Un aspetto di fondamentale importanza del profondo legame che unisce il nostro territorio con la cultura e la civiltà europee verrebbe in questo modo finalmente illuminato.

(*) Stendhal, Vie de Henri Brulard. Ed. Garnier, p.399

Come si vive a Saint-Oyen.

AbitazioneIl numero degli abitanti è stabile da circa un millennio. Evidentemente la vicinanza con il capoluogo regionale favorisce il pendolarismo e contribuisce a mantenere la popolazione.
Non si deve poi scordare, quale fonte di reddito, il pubblico impiego nei servizi comunali, regionali e statali. Sono infatti presenti, oltre al municipio, la biblioteca, l'ambulatorio, un centro diurno e notturno per anziani e l'ufficio postale. Tre ristoranti ed un negozio completano la dotazione dei servizi.
L'allevamento bovino e le attività connesse garantiscono ancora il dominio storico sull'insieme del territorio, ma le attività in loco ruotano ora prevalentemente attorno al turismo sia estivo che invernale. Gli impianti di Flassin, detenuti dal Comune, sono stati smantellati ma saranno sostituiti nel 2003 da un parco giochi invernale sempre situato nella Comba di Flassin. Tale località, fra il cono prativo del Flassin e il torrente Artanavaz, si è progressivamente attrezzata come centro sportivo e turistico di buon livello.

Possiede fra l'altro due campeggi con bar-ristorante e vari impianti sportivi. Un "Foyer" per lo sci di fondo dà accesso ai vari anelli della pista intercomunale che si inoltra per una ventina di chilometri verso il vallone di Citrin.
In località Prenoud, dove è situato il campo sportivo, il campo da tennis e i campi di pétanque, si svolge, la prima domenica di agosto, la tradizionale sagra del Jambon alla brace. Si tratta di prosciutti leggermente affumicati, che vengono cotti alla brace su girarrosti giganti a dieci per volta, continuamente cosparsi di una salsa speciale a base di vino bianco e cognac con aglio, lauro, rosmarino e salvia finemente tritati. Il Jambon viene servito con fagiolino o altro contorno, in una coreografia movimentata e festosa. Sempre in questa zona troviamo un'antica segheria ad acqua recentemente ristrutturata e funzionante, su richiesta, per scopi didattici.
A monte del capoluogo inoltre, l'Assessorato regionale dell'Agricoltura e Foreste, in collaborazione con il Comune, ha realizzato un recinto per caprioli denominato "le gîte des chevreuils". Si estende su di una superficie di circa 8000 metri quadrati ben alberata, con abbeveratoi, mangiatoie e 2 chalets in legno per il ricovero degli animali e del foraggio. Attualmente vi sono ospitati una decina di capi ed è meta di numerosi visitatori, soprattutto scolaresche.
Anche le tradizioni culturali sono coltivate a Saint-Oyen. Presso la biblioteca infatti è esposto un erbario realizzato fra il 1850 ed il 1900 dai canonici del Gran San Bernardo, tra cui i padri Delasoie e Besse. Le specie erbacee presenti sono circa 500, raccolte in tutta la Valle d'Aosta, in Svizzera ed alcune in Francia. Questo materiale è stato ritrovato durante i lavori di ristrutturazione di Château Verdun in un vecchio magazzino e completamente rimesso a nuovo.
Le tradizioni locali del carnevale, molto sentite in tutta la Coumba Freide, culminano il sabato grasso con la sfilata delle maschere per le vie del paese e la visita agli abitanti che le accolgono offrendo loro dolci e cibi tipici del luogo.





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